MERCATO DEL LAVORO E OVER 40: UNA RIFLESSIONE PER LE AZIENDE L’evoluzione (o involuzione) del problema Una contraddizione di termini Per contro le aziende sembrano volere, per tutti i livelli (ma in particolare per quelli manageriali), persone di età inferiore ai 40 anni. Questa discriminazione ha portato addirittura alla coniazione di un nuovo termine: “ageism”, che indica appunto la discriminazione per età. Quali le motivazioni? Nell’assieme (in maniera palese o occulta) si ritiene l’over 40 refrattario ai cambiamenti, poco flessibile, poco energico e poco motivato, in altre parole “seduto” e alla ricerca di una situazione tranquilla in cui aspettare la pensione (che arriverà dopo 20/25 anni!). In più con un costo elevato. E’ relativamente facile dimostrare che questi comportamenti sono legati alla persona più che all’età: nell’ attività professionale, ormai quasi trentennale, della nostra società (calcolo che abbiamo incontrato almeno 20/25.000 candidati) abbiamo visto trentenni seduti e/o alla ricerca della “cuccia” o che non avevano ancora deciso “cosa fare da grande”, giovani con aspettative economiche al di fuori di ogni logica e così via e, per contro over 40 capaci professionalmente e molto motivati. E’ da mettere in rilievo come nei fenomeni di ageism l’aspetto economico sia solo una delle possibili motivazione e spesso neanche la più importante: andando avanti nel tempo questo elemento sarà sempre meno discriminante: i ”rampanti” saranno sempre meno (per l’invecchiamento in atto della popolazione) e quindi per un’elementare legge di mercato….avranno aspettative retributive sempre più alte. Una riflessione necessaria Infatti, a seguito dell’invecchiamento della popolazione (quella italiana è tra le più vecchie del mondo), sul mercato del lavoro – e quindi nelle aziende - il numero dei lavoratori “over 40” è destinato ad aumentare. Attualmente si calcola che le due fasce di età (15/39; 40 ed oltre) si equivalgono; nel 2021 per a 2 lavoratori della fascia 15/39 se ne contrapporranno 3 della fascia over 40. Ci troviamo in presenza, pertanto di un fenomeno concreto ed irreversibile, che non è possibile combattere ma con cui dobbiamo convivere. Tant’è prenderne atto e impostare politiche del personale che tengano conto di questa realtà. Restando ancora per un momento nel campo della macroeconomia, va inoltre ricordato che nel nostro Paese il tasso di occupazione nella fascia di età tra 55 e 64 anni supera di poco il 31%, oltre 10 punti in meno rispetto alla media dell’Unione Europea e quasi 20 punti al di sotto dell’obiettivo fissato per il 2010 e condiviso dall’Italia al Consiglio di Lisbona nel 2000. La rimozione delle politiche di ageism dovrebbe far parte delle politiche
sociali d’impresa (corporate social responsibility) di cui molto oggi
si parla: l’ostacolo da superare è essenzialmente culturale e
non economico (o economico solo in minima parte). Vanno inoltre impostati e realizzati programmi di formazione con due obiettivi:
Infine sono auspicabili, dove le dimensioni aziendali lo consentono, politiche di job rotation: abituano le persone al cambiamento e – entro certi limiti – tutelano anche l’azienda da improvvise ed imprevedibili defezioni. L’inserimento di over 4°: spesso è un buon affare Over 40 e società di selezione |